Non sempre la tartaruga, al contrario di oggi, è stato un animale protetto, fin dal Seicento era considerato un materiale molto pregiato ed utilizzato per impiallacciare mobili, come quelli del raffinatissimo ebanista Boulle, orologi o per realizzare scatole, ventagli, pettini ed infine gioielli. Questi oggetti erano così preziosi che spesso erano usati come dono di scambio tra i  regnanti di tutta Europa.

L’amore per questo materiale nasce nel nord Europa, in particolare ad Augusta di Baviera e nelle Fiande, e da qui, attraverso la presenza di ebanisti nordici, arriva in Italia, dove i centri più affermati diventano Napoli e Torre del Greco; in queste scuole emergono due artisti del calibro di Gennaro Sarao e Antonio Laurentis che viene nominato orefice di corte nel 1747.

La tecnica utilizzata per dar forma ai favolosi oggetti in tartaruga consisteva nello scaldare il materiale in acqua bollente con aggiunta di olio d’oliva per farlo ammorbidire per  poi dargli forma e inserire inserti in oro e madreperla o argento. Questa tecnica decorativa si chiama “piquè” ed è una tecnica decorativa in cui i metalli preziosi vengono intarsiati nell’oggetto in tartaruga  a caldo, per formare un motivo decorativo. Questo tipo di decorazione si sviluppò in particolare in Italia a metà del ‘600 e da qui si diffuse successivamente in Francia e in Inghilterra. Fu applicata per la prima volta a scatole, etuir, necessaire da viaggio e all’inizio del XIX secolo questa lavorazione fu eseguita anche sul gioiello, trovando poi il suo maggior successo nell’epoca romantica, intorno al 1850.

Man a mano che la tecnica si evolveva, i produttori, sopratutto inglesi, svilupparono metodi di realizzazione su più vasta scala, anche perchè la tartaruga, insieme ad altro materiale esotico, arrivava in abbondanza dalle colonie d’Oriente della Gran Bretagna.

In epoca vittoriana i gioielli in tartaruga ebbero una grande diffusione perchè per il loro colore scuro erano considerati da mezzo lutto, come quelli in guttaperca (un materiale di origine vegetale molto simile al caucciù) e in Withby jais .